Ventiquattro capi. È l'unica stanza in cui la scheda può dire la verità fino in fondo, perché è l'unica in cui il pezzo la porta cucita addosso.
Una giacca ha un'etichetta di composizione. Non un'ipotesi, non una deduzione dalla mano del tessuto: una riga scritta dal sarto, con le percentuali. Per questo qui non ci sono scuse — e infatti la giacca in tweed Yves Saint Laurent dichiara «90% lana, 10% mohair», due cifre che nessuno potrebbe inventare guardando una fotografia.
Il cappotto in montone nero di Gucci apre la stanza. Montone, vello a vista: la pelle da una parte, la lana dall'altra, lo stesso animale. La scheda scrive «segni d'uso e sfregamenti diffusi sulla pelle scamosciata; vello leggermente appiattito ai bordi». Quel vello appiattito è il posto dove il braccio ha premuto mille volte: non è un difetto di fabbricazione, è una biografia.
Il cardigan Ermanno Scervino porta tre materie in una riga sola — «lana, seta e pelle di volpe» — e una condizione quasi perfetta con una sola crepa dichiarata: «uno scolorimento localizzato accanto all'etichetta interna». Accanto all'etichetta: cioè nel punto in cui il capo è stato lavato o trattato, e il colore ha ceduto lì per primo.
La gonna a pieghe Gucci con morsetto è pelle con ferramenta dorata, e la scheda dice una cosa che vale più di un aggettivo: «le pieghe tengono la forma». Una gonna a pieghe in pelle che ha perso la piega è un altro capo.
Il giaccone Hugo Boss chiude in modo asciutto: «100% pelle, ottime condizioni generali; la pelle ha preso le sue pieghe». Non «come nuovo». Ha preso le sue pieghe, e chi la indosserà ne aggiungerà altre.
Nove pezzi del catalogo, oggi, non dichiarano la materia — e quattro sono giacche. Non è una dimenticanza da nascondere: è una riga che si legge sul capo, e finché non è letta il campo resta vuoto. Meglio una casella vuota di una composizione dedotta a occhio in una scheda che promette materia dichiarata.