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III · La materia

Gli orologi

Sei pezzi, e una frase che decide il prezzo più di ogni altra.

Sei orologi. È la stanza più piccola della casa, e l'unica dove una frase decide il prezzo più di qualunque altra: **il movimento è stato controllato e funziona**.

Non è un modo di dire. Un orologio che non cammina è un oggetto; un orologio che cammina è uno strumento con una storia dentro. Fra i due c'è una differenza che nessuna fotografia mostra e che nessun aggettivo può sostituire — e per questo qui si scrive, pezzo per pezzo.

L'Omega apre la stanza. Quadrante champagne, cassa in acciaio, e un dettaglio che il primo sguardo non vede: il datario non sta a ore tre, dove lo mettono quasi tutti, ma a ore sei, sull'asse del quadrante. La simmetria tenuta invece che rotta. La scheda dichiara «graffi e segni d'uso su fondello, anse e bracciale» e una lunetta «con patina e opacizzazioni diffuse»: l'oro ha perso lo specchio e ha guadagnato profondità.

Il Bulgari rettangolare è il contrario. «Cassa e bracciale puliti, senza segni evidenti; il fondello conserva la satinatura originale.» La satinatura del fondello è la prima cosa che sparisce quando un orologio viene aperto e richiuso spesso: che sia intatta dice qualcosa su come è stato tenuto.

I tre Gucci raccontano tre idee diverse dello stesso oggetto. Quello a ghiere arriva con la sua scatola e il cuscinetto ancora dentro, e le ghiere intercambiabili sono tutte nella loro sede — un orologio pensato per cambiare colore col vestito, negli anni in cui la moda entrava nell'orologeria. Il G-Frame in acciaio è la versione severa: «le incisioni della maison restano leggibili sul fondello». Il bangle a morsetto non ha nemmeno un bracciale: è un bracciale rigido con un quadrante dentro.

Su questi pezzi non applichiamo un moltiplicatore. La regola della casa è esplicita e scomoda: per un orologio serve il comparabile venduto, e il calcolo dal costo fa solo da pavimento. Un prezzo costruito su una percentuale, in questa stanza, è un prezzo inventato.