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L'oro di Bisanzio

Una croce Chanel del 1994, e la data scritta sul retro.

Spilla Chanel a croce in metallo dorato, bracci a rombo incisi e traforati, doppia C in rilievo al centro
Spilla Chanel a croce in metallo dorato, bracci a rombo incisi e traforati, doppia C in rilievo al centro

Sul retro di questo gioiello c'è un piccolo ovale. Dentro, il nome della maison, le doppie C, e ai lati due segni: a sinistra 94, a destra una P. È tutto quello che serve per sapere quando è nato.

Dal 1993 i bijoux di fantasia Chanel portano sul cartiglio l'anno e la stagione: le ultime due cifre dell'anno a sinistra del monogramma, la lettera della stagione a destra — P come Printemps, A come Automne, più di rado C come Croisière. Il sistema sostituisce i numeri di stagione usati fra il 1984 e il 1992. Sono gli anni in cui la bigiotteria della maison porta la mano di Victoire de Castellane, che la disegna dal 1984 al 1998. In un settore dove il vintage si racconta per approssimazione, un oggetto che dichiara la propria età è già a metà della prova: a metà, non alla fine, perché questa regola è ricostruita da chi autentica e non pubblicata dalla maison.

La croce, nell'alfabeto di Chanel, non è un segno religioso: è una linea di famiglia. Comincia a Venezia nel 1920, pochi mesi dopo la morte di Boy Capel: della Basilica di San Marco a Gabrielle Chanel resta l'oro — i mosaici sopra la testa e, così racconta la maison, la Pala d'Oro sull'altare, smalti e pietre montati su lastra d'oro. L'inflessione bizantina entra però nei suoi gioielli dieci anni più tardi, con Fulco di Verdura, davanti ai mosaici di San Vitale a Ravenna.

Per portare quella luce nella materia, la maison si affida nel tempo a tre mani. Fulco di Verdura, aristocratico siciliano e disegnatore, negli anni Trenta forgia per Gabrielle Chanel i bracciali a polsino con la Croce di Malta. La maison Gripoix, vetrai a Parigi dal 1869, cola a mano il vetro fuso dentro celle di metallo dorato — verre coulé, non pâte de verre — nei toni del rubino e dello smeraldo. Robert Goossens, orafo e bigiottiere, figlio di un fonditore di bronzo del Marais, dal 1953 lavora per la maison bronzo martellato e cristallo di rocca: sotto le sue mani l'ornamento diventa una corazza di luce. Così la croce entra nel lessico della casa, accanto alla camelia, alla perla e alla catena.

Karl Lagerfeld, direttore creativo dal 1983, rimette la croce in produzione fra Ottanta e Novanta in formati ampi — pendenti fino a una decina di centimetri — in metallo dorato, con paste di vetro, strass o cristallo di rocca. Su questa, il decoro traforato lascia passare la luce e alleggerisce una forma che sarebbe imponente; al centro stanno le due C intrecciate, un logo del Novecento dentro una forma molto più antica della casa.

Come si legge, oggi, un pezzo d'archivio? Si comincia dal retro: il punzone deve essere nitido. Poi i bordi delle incisioni — col tempo la doratura perde un velo, e quella è la patina, che si legge e non si nasconde.

Su questa spilla i segni ci sono, e stanno scritti nella scheda: micrograffi sul retro, segni d'uso diffusi sulla doratura, il fronte uniforme. Sono trentadue anni, e si vedono.

Poi la meccanica, che su una spilla decide più di quanto sembri. L'asta si alza, si fa spazio fra le trame del tessuto e si blocca su una sicura rotante: non uno scatto, un sistema. Dopo trentadue anni il movimento è ancora fluido. Si appunta sul risvolto di una giacca di tweed, su un cappotto scuro, su una sciarpa. È la spilla che si nota e non fa rumore.

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