
In archivio le sete sono poche e contate: una cravatta, un foulard, un lotto di fazzoletti da taschino. È una stanza piccola. Proprio per questo ogni voce si legge per intero.
La cravatta è di Gianni Versace: su fondo giallo senape corre una stampa geometrica astratta, tessere blu e ruggine, righe che si piegano. La seta stampata porta il disegno in superficie, come un foglio porta l'inchiostro: la mano resta liscia, la luce scorre senza interruzioni.
Il foulard è di Christian Dior: campo giallo con una stampa floreale in bruno, e un bordo unito verde oliva che chiude il quadrato. Nel foulard la seta lavora da parete: tesa mostra il disegno, annodata lo piega e lo nasconde a tratti. È un oggetto che cambia con l'uso, e la scheda lo dice.
Poi c'è il lotto dei tre fazzoletti, ed è qui che la stanza dichiara la sua regola. La scheda dichiara la materia di uno solo — seta e cotone — e degli altri due tace, per iscritto. Sarebbe stato facile scrivere «seta» tre volte: nessuno avrebbe controllato. La materia si dichiara, non si suppone.
La seta si riconosce con le mani. Qui proviamo a farlo con le parole, e dove le parole non bastano lo diciamo.